Dōgen, Busshō: commento (1) di Jiso Forzani a Busshō 6 [busshō6.2]

Con il dialogo fra il quarto e il quinto Patriarca compare per la prima volta l’espressione natura autentica niente.

Notiamo, intanto, come la storia leggendaria della nascita, dell’abbandono e della sopravvivenza provvidenziale di Daiman riproponga un mito presente in molte tradizioni, fra cui quella biblica per certi aspetti della vicenda di Mosé. L’assenza di un padre ne fa un emarginato, soprattutto nella Cina antica in cui il casato era tutto. Nella tradizione Zen cinese vi sono molti personaggi di grande levatura spirituale che socialmente sono all’ultimo gradino: in questo caso la condizione di figlio di nessuno permette di dare maggior rilievo al gioco del nome che c’è e non c’è.
Il dialogo fra il quarto e il futuro quinto Patriarca è tutto volutamente giocato sul filo dell’equivoco: non dobbiamo lasciare che questo senso dell’umorismo vada perduto, perché è caratteristica costitutiva dello Zen cinese, così diverso in questo dalla serietà a volte un po’ plumbea dello Zen giapponese.

Il quarto Patriarca chiede al ragazzino come si chiama, e questa è certo una domanda ovvia e nello stesso tempo indagatrice: lui sa che il ragazzino è un trovatello, un senza nome, ma ne riconosce anche le doti eccezionali, e vuole vedere come se la cava di fronte a una domanda apparentemente innocente ma in realtà imbarazzante. Non solo: la domanda «Tu, quale è il tuo nome?», così come quella «Tu, da quale luogo vieni?» che troveremo in seguito, sono le questioni più banali che si possano rivolgere a un nuovo venuto, le quali celano un significato per nulla banale.
All’orecchio della persona della via, che vede ogni situazione come espressione della via, la domanda «Tu, quale è il tuo nome?» suona «Tu, lo sai che il tuo nome è quale?»: dove quale è il modo di dire la natura universale di ogni natura individuale. Chi ha orecchio intende la domanda in quel senso, chi non ha orecchio risponde semplicemente dicendo il proprio nome.

Il ragazzino risponde: «Certo che un nome ce l’ho, ma non è il nome che di solito tutti hanno». Qui ancora gioca sull’equivoco: «Ho un nome cui rispondo se mi chiamano, ma non è il nome di mio padre, come tutti hanno» – ma anche – «Ho ben capito cosa mi hai chiesto, il nome evidente, che è la mia vera natura, non è il nome comune, che è solo convenzionale. Un nome convenzionale non può esprimere la vera natura dell’essere che io sono, essendo quello che sono».

Il quarto Patriarca dicendo: «Questo quale nome è?» indica che la domanda è il modo più esauriente di nominare il nome che dice la vera natura dell’essere. Questo, la realtà concreta della vita vissuta, è quale, la realtà assoluta oltre ogni nome. È nell’inesauribile risorgere della domanda sul modo in cui questo è il nome (la funzione viva) di quale, sul modo in cui quale è il nome (la realtà ontologica) di questo, che si attua il cammino della persona della via nei gesti più normali della vita quotidiana, come bere il tè e preparare il cibo.

Il futuro quinto Patriarca sa bene di cosa si sta parlando e afferma: «Il mio nome è natura autentica». Così dicendo indica chiaramente il principio fondamentale per cui tutto ciò che è è natura autentica. Però, non ci si può riposare su questa asserzione, come se volesse semplicemente dire “tutto è sempre e comunque natura autentica”. Certo, ogni nome è in realtà il nome della natura autentica, ma perché sia davvero concretamente così è necessario andare oltre ogni nome: «il nome è davvero il nome quando è spogliato da tutto, quando passa attraverso tutto». Quando questo è non questo, allora è veramente natura autentica, veramente questo. Quando arrivo al mio io nudo, senza nome, allora il mio nome convenzionale è il nome adatto della mia autentica natura: ma questo non lo eredito da mio padre, da mia madre, dai miei antenati.

Adesso possiamo udire il quarto Patriarca che per la prima volta usa l’espressione natura autentica niente. Comprendiamo bene che la natura autentica non è un ente. La natura autentica non è qualcosa che si afferra e si conosce, che si trova qui o lì. Ma proprio perché è niente, diffusa ovunque senza limiti, dobbiamo interrogarci sul senso di questo essere niente: è così nel momento in cui si giunge al termine del cammino? O è così fin dall’inizio, dal momento in cui ci convertiamo a vivere la vita come via? È così come risultato della pratica?

Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.

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