La contemplazione, i suoi linguaggi e la loro evoluzione
“Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa, solo Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta!
Il tuo desiderio sia vedere Dio, il tuo timore, perderlo, il tuo dolore, non possederlo, la tua gioia sia ciò che può portarti verso di lui e vivrai in una grande pace”
Paolo mi ha condiviso questo brano di Teresa D’Avila, invitandomi a dire qualcosa sull’evoluzione dello spirito e del sentire contemplativo.
Donami il pane duro
Tu che sei la mente che ho in uso,
il cuore che pulsa e scalda l’esperienza,
gli occhi che vedono,
le gambe che camminano,
la consapevolezza che scandaglia e discerne,
Il latte per i bambini, il pane per gli adulti
Oggi i cristiani fanno memoria del Cristo risorto, di Colui che riconoscono come Figlio di Dio anche, e soprattutto, in virtù di questo evento.
Non sanno, i cristiani – avendo fatto macerie di tutta la conoscenza antica che non fosse la loro – che non c’è umano che non risorga in un’altra dimensione di coscienza una volta che il suo veicolo fisico muore.
Essi, per credere in Dio, nell’unità indissolubile del cosmo, nella vita che sopravvive alla morte hanno bisogno di un segno eclatante, segno che a suo tempo, evidentemente, gli è stato dato a misura della miseria della loro fede, affinché aprissero gli occhi su quell’Uomo che era venuto da loro e sull’insegnamento che gli aveva consegnato.
Fratello fuoco, sorella tiepidezza
No, i due non sono fratelli, anzi, spesso si conoscono appena.
Sono fratelli nostri, non tra loro. Fratello fuoco interiore. Sorella tiepidezza che abiti la casa dell’identità che si specchia.
Il fuoco interiore non è uno slancio, è una costante imperitura, una dato costitutivo, una componente del DNA esistenziale.
La tiepidezza è figlia degli innamoramenti dell’identità, di quel suo incendiarsi e poi stemperarsi fino a scomparire e cercare di nuovo l’incendio, l’eccitazione, il senso da conferire all’esistere: lontana anni luce dal fuoco, eppure in esso si specchia e ne è pallido riflesso.
Il processo comunitario, l’isola di sentire, il superamento di sé
Leggo in questi giorni dei materiali trasmessi dal Tibetano attraverso A.A.B. In particolare, nel Discepolato nella nuova era, affronta l’argomento della formazione di gruppi che operino a sostegno dei processi di coscientizzazione e trasformazione interiori dell’umanità.
Insiste sul valore del gruppo perché lo considera il modo di procedere adatto a questo tempo, a questo nuovo tempo che dal dominio della mente condurrà progressivamente, e con verosimile lentezza, all’affermarsi delle logiche del sentire che conducono ad unire là dove le menti dividevano.
I limiti della percezione affettiva ed emozionale
A., commentando il post L’uomo di oggi, ieri è stato animale, vegetale, minerale, dice:
“Chiaro, ma le evoluzioni continue a tutti I livelli dove arriveranno? Qual è lo scopo ultimo e si arriverà mai ad un traguardo? Come N. anche io faccio difficoltà con questi concetti.”
Passando i commenti per la mia moderazione, ho deciso di non pubblicarlo ma di discuterlo qui: il tema è proprio uno di quelli basici e A. dovrebbe conoscerlo; considerando che è arrivata da poco, può darsi che abbia perso alcuni passaggi fondamentali, che non abbia letto e meditato alcuni post che di questo parlavano, miei o del CI.