realtà soggettiva

La realtà soggettiva, la realtà oggettiva

Vi invito vivamente a leggere e a riflettere su questa parole che giungono da una fonte quantomai autorevole, il Cerchio Firenze 77: qui potete scaricare l’intero testo in pdf.

FRANCOIS – Degli altri voi non vedete la realtà del loro essere, ma vedete quello che appare. Ciò significa che vedete, al massimo, quello che gli altri mostrano di sé.
Non solo, ma anche l’immagine che gli altri danno dl se stessi può essere da voi distorta, può essere esaltata o peggiorata.
Così che quando vi innamorate di qualcuno, vi innamorate di una immagine. Chissà se il vostro innamoramento potrebbe persistere se di chi amate conosceste non l’immagine, ma la realtà.

DALI – Il fatto che gli altri vi mostrano solo un’immagine, e non la realtà, è talmente vero che si può dire sia una pura coincidenza che, talvolta, le intenzioni degli altri corrispondano alle intenzioni che voi credete che gli altri abbiano.
Il più delle volte, invece, voi attribuite agli altri intenzioni che gli altri non hanno; oppure non vedete le loro vere intenzioni e su quello che voi pensate che gli altri siano, sull’immagine che di essi vi siete fatti, costruite la vostra relazione con loro, il vostro mondo. Non crediate che quello che io dico si riferisca a casi o persone limite: è cosa di tutti e di tutti i giorni.

KEMPIS – Quindi, gli altri non sono importanti per voi a condizione che riusciate a cogliere la loro vera realtà, il loro vero essere; ma sono importanti per le reazioni che in voi riescono a suscitare; e le suscitano solo se voi siete sensibili a quegli stimoli che essi volontariamente o involontariamente vi inviano.

DALI – Perciò gli altri sono per voi come una sorta di specchio; essi possono su voi solo ciò che voi permettete che possano. Ma non “permettere ” nel senso di ” concedere “, cioè come colui che ha un’autorità e che accondiscende a qualche richiesta; ma ” permettere ” nel senso di lasciare che gli altri abbiano presa su voi, essere in loro balìa; che poi, invece, è spesso essere in balia della propria immaginazione e della propria debolezza.

KEMPIS – Gli altri, per voi, non sono tanto creature reali quanto immagini costruite dalla vostra mente, spesso animate dalla vostra immaginazione. Ma sono proprio quelle immagini e proprio quel processo che le crea, che fa sì ch’esse meglio si adattino ai vostri bisogni evolutivi, che rende le relazioni degli uomini altamente produttive ai fini della maturazione della coscienza individuale. […]

CF77. Estratto dal libro “le Grandi verità ricercate dall’uomo” – Edizioni Mediterranee.
Tratto da: http://is.gd/R0WhfL

La differenza tra “il prendersi cura” e il “fare il necessario”

La differenza è molto grande. Fare il necessario significa rispondere ad uno stimolo, ad un bisogno, ad un comando e provvedere nei limiti ristretti di ciò che si ritiene “necessario”.
La situazione in sé viene isolata dal contesto, da ciò che la precede, da ciò che la contorna, da ciò che le consegue e ci si limita appunto al necessario, a quello che si considera tale.
Nella sostanza, detto in termini un po’ brutali, molto spesso facciamo il minimo indispensabile.
Il prendersi cura implica un atteggiamento radicalmente diverso: la scena viene colta nel suo insieme, l’azione è contestualizzata e tiene conto dei molteplici fattori in gioco e più è ampia la nostra capacità di valutare le implicazioni e le correlazioni, più l’intervento diviene efficace, duraturo, gratificante per chi lo attua e per chi ne beneficia.
Perché così spesso facciamo il minimo? Per egoismo, per pigrizia, per negligenza ma, soprattutto, perchè non abbiamo ancora compreso che solo dalla disposizione accudente sorgono l’appagamento di senso e la gioia profonda della gratuità e dell’esercizio di essa.

Immagine da http://goo.gl/bH8oTf


 

Non sappiamo niente dell’altro

Ci piace parlare, giudicare; siamo dei gradassi: “Tu sei così, non sei cosà!” Farfuglionate.
La realtà, molto semplice, è che siamo chiusi nel piccolo stazzo della nostra egoità e da quello osserviamo il mondo e abbiamo la pretesa di comprenderlo, di saperlo.
La comprensione della realtà è inversamente proporzionale al tasso di egocentrismo che ci condiziona: più siamo liberi da noi, più vediamo e viviamo il reale.
Più siamo ego-centrati, più vediamo solo il nostro ombelico e abbiamo la pretesa di sapere.
Più conosciamo, più chiniamo la testa consapevoli della nostra ignoranza.
Più è limitato il nostro sentire, più la nostra pretesa si estende sul nostro partner, sui nostri figli, sui nostri dipendenti, sui nostri datori di lavoro, sui nostri vicini di casa.
Più il sentire si amplia, più taciamo.
Il giudizio che nasce dall’ignoranza ha una sua ragione d’essere: ci definisce. Parlando dell’altro, definendolo, definiamo noi stessi.
Quando il sentire matura non abbiamo più alcuna necessità di definirci; è un bisogno, una pratica che in noi muore: non dovendo definire noi, non dobbiamo definire nessun altro, non né abbiamo l’esigenza.
Allora sorge l’esperienza della compassione: per noi, per l’altro, per tutto.

Immagine di Michelangelo Pistoletto, 1980, da http://www.letteraturatattile.it/?p=1257


L’importanza dei si e dei no ricordando che al centro c’è la possibilità di comprendere

Un’amica lamenta una parente che, pur non pagando l’affitto, al sette del mese ha già finito lo stipendio e bussa chiedendo soldi. La situazione è reiterata e per questo più faticosa.
Molti di noi hanno vissuto, o vivono, situazioni di questo genere e si sentono giustamente intrappolati.
Non voglio discutere di cosa vada fatto in simili situazioni, ma della sfida che si apre.
Sappiamo che troppi si creano nell’altro, a volte, un malcostume interiore; sappiamo che i no sono dolorosi e vanno motivati; ma per noi, la decisione da prendere che cosa comporta?
Che si dica sì o si dica no, dobbiamo necessariamente interrogarci sulla nostra motivazione, su quello che dal nostro punto di vista è il bene dell’altro, sul rapporto stesso con l’altro.
In questa interrogazione possiamo vedere i nostri egoismi, le nostre pretese e giudizi, le nostre arroganze e le nostre sudditanze: possiamo vedere un mondo, il nostro prima che quello dell’altro.
Alla fine, che noi si sia detto si o no, comunque avremo imparato dal processo vissuto.
Che cosa avremo imparato? Ad osservarci, ad interrogarci, a decentrare il punto di vista, a gestire la rabbia e la frustrazione, ad imporci, a piegarci.
Mille aspetti avremo visto di noi e dell’altro e, di certo, a processo terminato saremo diversi.
Sarà finalmente cambiata la situazione? Non necessariamente, dipende da molti fattori il principale dei quali è: abbiamo finito di apprendere da quella scena?

Immagine da:http://goo.gl/JhSif6


Cambiando noi, cambia tutta la realtà attorno

A volte la situazione ambientale nella quale siamo inseriti diventa un alibi: “Non posso fare questa esperienza, lui non capisce e non approva!”.
Quante volte ho sentito questa frase e condiviso una difficoltà che era certamente oggettiva, ma che portava alla luce una sfida che la persona non vedeva chiaramente?
In famiglia, sul lavoro, nella società in genere esistono situazioni che complicano il nostro cammino, ma nessuna di esse è mai senza sbocco: bisogna comprendere che cosa la situazione di difficoltà cerca di insegnarci.
Che l’ostacolo sia rappresentato da un partner, da un figlio, da un datore di lavoro o da un subalterno, la questione è sempre la stessa: quale forza interiore, quale disposizione sta cercando di suscitare in me la tua opposizione, la tua resistenza, la tua ottusità?
Essendo lo svolgersi del film della nostra vita prettamente soggettivo, la questione che blocca un certo nostro processo non va mai cercata fuori di noi, ma sempre in qualcosa che ancora non abbiamo manifestato abbastanza, in quel diritto che non abbiamo saputo far valere, in quella determinazione ad essere ancora troppo incerta, in quella capacità di rompere gli schemi che non riusciamo a sostenere.
Di questo parleremo durante il gruppo di approfondimento di sabato 28 giugno, all’Eremo dal silenzio di San Costanzo (PU).
Alle ore 15,30.

Immagine da: http://goo.gl/20Jf8X


 

Ancora sull’essere persi a se stessi e sulla consapevolezza di esserlo

Perdere la direzione appartiene alla cose: l’identificazione con i fatti, con le interpretazioni, con le emozioni è una delle condizioni che ci conduce, attraverso avvitamenti di varia natura, alla crisi, al ripensamento e al riposizionamento. Non considero dunque un problema il perdersi, né l’identificarsi.
Considero un problema l’imparare prevalentemente in questo modo così doloroso: sbattendo, confliggendo, procedendo nella inconsapevolezza, ferendo sé, l’altro, l’ambiente attorno a sé.
Molto, troppo spesso non ci accorgiamo di essere persi a noi stessi e reiteriamo comportamenti e situazioni che portano solo dolore.
Come accorgerci del nostro disorientamento aldilà della pretesa di essere nel giusto, dell’illusione di stare bene e che tutto vada bene?
La soluzione è così semplice da essere banale: osservando l’ambiente attorno a noi, quello più vicino, più intimo e le reazioni che produce in noi.
Come reagisce il nostro compagno, la nostra compagna? Cosa fanno/non fanno i nostri figli? Cosa dicono quei petulanti dei nostri genitori? Come si comporta con noi il nostro collega di lavoro? Come ci guarda il giornalaio? E la cassiera dell’ipermercato? E di fronte a tutto questo, qual’è la nostra reazione?
Quando sviluppiamo conflitto, ci siamo persi. Se risiediamo nel nostro sentire ci sono divergenze, non conflitti.
Quando ci sentiamo vittime, ci siamo persi. Se c’è la consapevolezza della realtà, c’è anche la chiara visione che nessuno è vittima.
Bastano questi due indicatori, non serve altro.
Dalla consapevolezza di essersi persi nasce poi ogni possibilità di ritorno, basta essere consapevoli di aver smarrito la via.

Immagine da: http://goo.gl/Zk2jSW


Nella libertà dai propri bisogni si scopre il servizio a chi ci sta vicino

Se l’orizzonte personale è occupato dai propri bisogni non c’è storia, quelli cercheremo di soddisfare, ma se l’orizzonte è libero allora inizia un’avventura senza fine:
chi sono costoro che mi vivono a fianco, cosa chiedono, cosa narrano?
E, indipendentemente dal loro porsi, dal loro chiedere o non chiedere, perché mi sorge dall’intimo la spinta ad essergli d’aiuto, perché sento che posso servire il loro vivere?
Che cosa significa servire?
E’ un’esperienza precisa, diversa dall’aiutare: servire implica il superamento di sé, la propria dimenticanza; aiutare non necessariamente significa questo.
Nella via spirituale il servire ha una portata molto vasta, è un processo che interroga il ricercatore per tutta la sua vita fino a quando non sorge quel sentire che lo rende pronto, sollecito, disinteressato, ricettivo all’accadere, disposto ad un gesto e subito riassorbito dalla marginalità del suo esserci.
Questo è il tema del gruppo di approfondimento del 10 maggio all’Eremo dal silenzio di San Costanzo, (PU). Ore 15,40.

Immagine da: http://goo.gl/DfXwwy


 

Il lavoro 3: la mansione, e chi mi lavora a fianco, mi trasformano

Il lavoro è relazione: per giorni, mesi, anni abbiamo al fianco delle persone con cui trascorriamo più tempo che con la nostra famiglia.
Chi sono costoro? Parlano delle loro vite, li ascolto? Sollevano in me sensazioni, moti di simpatia e di antipatia, fascinazioni e avversioni, giudizi senza fine, gelosie, ammirazioni, paure.
Otto ore al giorno la presenza dei miei colleghi di lavoro suscita in me una infinità di processi di svelamento, di messa in discussione, di crisi anche.
Se voglio vestire i panni del giudice posso farlo e dispenserò sentenze: se voglio osservare che cosa, attraverso il lavoro comune, l’altro produce nel mio interiore mettendomi a nudo, posso fare anche questo. Posso scegliere.
Qualunque sia il mio ruolo, la mia mansione, l’ambiente di lavoro è un organismo che pulsa insieme e produce processi nell’intimo dei singoli: il fare, il produrre è il collante, ciò che tiene insieme l’organismo, ma ciò che viene lavorato va ben oltre il manufatto prodotto: ciascuno lavora il proprio interiore grazie a come lavora e a con chi lavora.
Ciò che ci cambia è sempre la relazione: tra noi e il lavoro che eseguiamo; tra noi e chi ci lavora a fianco.
La nostra e altrui trasformazione interiore è il vero scopo del lavorare: come sciocchi crediamo che lavorare sia produrre qualcosa, ma non è così: lavorare è trasformare noi stessi grazie alle mansioni e alle relazioni molteplici che nel corso della giornata prendono corpo.

Immagine tratta da: http://goo.gl/yqcc1y


La coppia 9: la fedeltà sostanziale

I due hanno preso degli impegni, quello della fedeltà reciproca è uno dei più importanti, in gran parte dei rapporti è la condizione di base perchè si sviluppi quel clima di fiducia che permette di procedere assieme.
Noi parliamo di almeno tre livelli di fedeltà: la fedeltà sostanziale, la fedeltà sessuale ed affettiva, la fedeltà esistenziale.
Ognuno di questi tre livelli è un processo, qualcosa che prende forma nel tempo e attraverso le esperienze: all’inizio di un rapporto la fedeltà è facile, con l’avvento della routine può divenire più complicata.
Ci sono persone che mai nella loro vita valicheranno il confine dato; ce ne sono altre che invece lo valicano spinte da una inquietudine, da una necessità, da una curiosità.
Quando la mattina si esce di casa e si lascia alle spalle la rappresentazione che chiamiamo “coppia”, si entra in un’altra rappresentazione che chiamiamo “lavoro”: ogni teatro tende ad avere le sue regole e i suoi confini, non è detto che sul lavoro la persona abbia gli stessi atteggiamenti che ha a casa.
Quante “persone” coesistono in noi? Una? Quale ingenuità.
Nella molteplicità delle spinte e dei bisogni, delle paure e degli slanci che caratterizzano quella persona che chiamiamo con il nostro nome, che crediamo unitaria e che tutto è tranne che unitaria, vengono generate scene diverse a seconda dei diversi teatri in cui opera.
La persona si trova ad affrontare nel quotidiano molti aspetti del suo non compreso e lo fa grazie alla presenza dei suoi colleghi di lavoro: quel collega, quella collega che si presentano e suscitano in me un mondo di emozioni, di fascinazione o di fastidio, di attrazione o di repulsione, di seduzione e di coinvolgimento o di indifferenza e lontananza.
A seconda di ciò che in me non è risolto e compreso, grazie alla presenza di coloro che dividono con me tanto tempo e tanta relazione, posso conoscere le mie spinte, lavorarle, comprenderne la natura.
Vi rammento che la persona comprende attraverso le esperienze: prevalentemente attraverso le esperienze. Se non sperimentiamo non comprendiamo.
Grazie a coloro che mi stanno attorno posso vedere e lavorare ciò che nell’ecologia della coppia non viene alla luce: la frequentazione di un’altro da me che non è la mia compagna o il mio compagno, svela aspetti del mio interiore altrimenti sopiti, inconsci, conosciuti solo come spinta non definita.
Quando siamo esposti al mondo, lontano dalla protezione della coppia, della casa – di quella rappresentazione domestica – veniamo svelati dall’altro che si presenta e solleva in noi un mondo ancora non ben conosciuto, compreso ed integrato.
La fedeltà sostanziale è l’attraversare questo percorso del quotidiano in un equilibrio instabile, nella fragilità evidente, nel dubbio su di se e sul rapporto consolidato senza superare il confine.
La fedeltà sostanziale è tornare la sera a casa, fatto non scontato; è guardare il proprio partner e dire si, va bene, con te.
La fedeltà sostanziale è quella che ogni giorno trova la possibilità di conferma, che tutti i giorni si rinnova: questo rinnovamento non è un dato a priori, è qualcosa che ci sfida e ci interroga ogni volta che andiamo nel mondo e da esso torniamo.

Immagine tratta da: http://goo.gl/7R9XAy